Scogliera vs Playa. Catania, naturalmente

Dei catanesi di spiaggia so poco, la Playa non è mai stata il mio mare. Il mio è fatto di scogli e piattaforme di legno, è il mare che va da Ognina fino a Santa Maria la Scala e il Lido dei Ciclopi, ad Aci Trezza, il mio luogo di iniziazione. Pietra di paragone, citato da tutti per qualunque confronto lungo tutti i lidi della Scogliera, lo ricordo bellissimo e ricco di fiori e piante rigogliosi e profumati. E’ lì che è nato il mio amore per quel mare profondo, blu notte e verde, che a volte sembra quasi denso e non liquido, specie quando è calmo.
Per l’insidia degli scogli che lo rendono un mare da conquistare, non un’avventura semplice, ma una di quelle che richiede attenzione, impegno ma la ricompensa poi… vale tutte le spine di riccio e i tagli e le piccole ferite per le risalite quando il mare è mosso, della mia infanzia.

Il mare della scogliera
Foto di Antonio Pennisi 

Quest’anno ho rinnovato il mio patto con il mare di Catania scegliendo però un altro lido, uno dei molti lungo la scogliera che da Cannizzaro va ad Aci Castello.
E ho ritrovato, in tutto il loro irresistibile fascino, i catanesi.
E’ settembre avanzato, le scuole sono iniziate, mi aspetto di trovare poche persone al mare e infatti non siamo in tanti. La piattaforma è quasi deserta quando arrivo al mattino presto. Scelgo un posto nella parte più vicina al mare, un telo su un lettino rivela la presenza di un’altra persona mattiniera pur nella sua assenza dovuta sicuramente al primo bagno della giornata.

 

Mi sistemo con calma, godendomi il profumo, il rumore del mare contro gli scogli, le chiacchiere in lontananza, vado al bar a prendere un caffè e una bottiglia d’acqua e la ragazza al bancone da quel momento e per tutti i giorni a venire, non avrà più bisogno che le dica cosa voglio. Mi vedrà arrivare e preparerà il caffè. Mille punti per lei.

Passa poco tempo e quell’angolo che mi sono scelta scopro essere anche l’angolo preferito di alcune persone che poi rivedrò tutti i giorni. Avvocati, medici, signore in pensione o che non lavorano; arrivano, si salutano, prendono i loro posti che saranno sempre quelli, nessuna variazione, e inizia lo spettacolo… sì perché di vero e proprio teatro si tratta, signore e signori.

“Com’è l’acqua, Carla?”
“Meravigliosa, una tavola… un mare così non si vedeva da giorni!”
“Ah ma io sempre lo dico… il mare di settembre è il migliore, non è vero Paolo?”
“Sì, Cetti… che poi non c’è confusione, puoi scendere in acqua senza ‘sti carusazzi che ti spingono o ti fanno fretta…”
“Sempre a brontolare tuo marito… “ sorriso

Che poi, Paolo, deve essere stato un gran bel ragazzo perché adesso è un bell’uomo e i suoi anni li porta con nonchalance, accentuando i presunti effetti della sua età solo per farsi poi rispondere, dalle signore, Ma cosa dici?! Stai una bellezza! E lui, orgoglioso e sorridente, non cede subito però alla vanità soddisfatta, schernendosi con garbo con qualche parola e una battuta galante alle sue ammiratrici che, intuito il tranello, si ritraggono distogliendo l’attenzione fin’ora tutta per lui concentrandosi su questioni di vaghe preoccupazioni su cui confrontarsi tra loro, escludendolo dalle chiacchiere femminili.

Ma Paolo non si turba, si guarda intorno, saluta con un cenno della mano, accomoda il lettino per la nuova arrivata, ogni tanto lancia un’occhiata verso questa nuova arrivata che si è intrufolata nel loro piccolo mondo, ma non tanto… che io non abbia nemmeno il dubbio che possa essere incuriosito! Quel poco che basta per capire chi posso mai essere.

Lascio il mio luogo d’osservazione solo per andare a fare un bagno e una nuotata nel mio mare, pulito e limpido. Il contatto da i brividi perché il sole è caldissimo e l’acqua, invece, fresca ma non tanto da farti venire voglia di risalire in fretta.
E’ perfetta, in realtà.
E, come da bambina ai Ciclopi, anche adesso guardo le signore in acqua che si sono semplicemente spostate dal lettino al mare per continuare con le loro chiacchiere, nuotando a rana “fino alla grotta” o “fino allo Sheraton, va bene?”, testa bene in alto per non rovinare la messa in piega perfetta e il rossetto e sorrido perché pensavo fosse solo un ricordo da bambina, queste teste bene fuori dall’acqua e il trucco e i capelli in ordine e anche collane e orecchini, e invece no… eccole ancora lì, queste campionesse della buona società che nuotano e parlano dei figli e dei nipoti, dell’infinito tribolare con le loro donne di servizio, dell’ultimo ristorante che hanno provato o della vacanza col marito, avanzando lentamente nell’acqua profonda blu notte.

Ritorno al mio lettino che il palcoscenico si è riempito di tutti i suoi attori, e sono risate e telefonate per prenotare l’estetista o la radiografia, i fiori o il pesce “che abbiamo oggi Pippo?” “Ah la spatola?! Buona!” seguono cenni di assenso insieme alle teste che vanno su e giù per decretare l’approvazione, e subito i mille modi per cucinare il pesce spatola mentre Pippo viene incaricato di mettere da parte insieme a due polipetti e alla sogliola per la bambina, anche il pesce spatola.

La discussione si fa accesa: i sostenitori del “semplice semplice, due pomodorini un po’ di aromi e via in forno” vengono sopraffatti dai “Ma stamu babbiannu?! E che la vuoi rovinare?!” seguono occhiate di complicità da chi, lo sanno tutti, la spatola bisogna friggerla! e tra loro c’è Paolo che, forte della sua posizione da gran gourmet e spalleggiato dalla grande maggioranza degli astanti, si alza in piedi dalla sedia su cui era seduto fino a un istante prima a controllare il suo territorio e il mare, indignato dall’offesa arrecata al pesce spatola da queste seguaci della cucina light, inizia una appassionata difesa della frittura, ovviamente in olio d’oliva, che sta ingiustamente patendo queste nuove, e già per questo sospette, filosofie dissennate che ci porteranno tutti a non avere più la capacità di gustare la meravigliosa croccantezza di un pesce che, signori!, è NATO per la padella!

E non contento di trovare i suoi già schierati al suo fianco, l’oratore cerca con gli occhi nuovi alleati soffermandosi su tutti noi che non potevamo fare a meno di guardare e ascoltare, invitandoci con gli sguardi ad arruolarci sotto la sua bandiera che, non c’è dubbio, è la più giusta e coraggiosa perché sfida le insidie ed i pericoli che assediano da tutte le parti la cucina siciliana.
E non ha avuto pace, Paolo, fino a quando non ha strappato ad ognuno di noi, un sorriso o un cenno del capo, o un “vero è” detto con ardore e convinzione.
Solo allora… solo in quel momento, ringraziandoci con un sorriso affascinante, uomini, donne e bambini, sia chiaro…, e certo di avere stravinto e trionfato, ha rivolto all’incauta un’occhiata paterna e comprensiva, come di chi è pronto a perdonare e comprendere un errore dovuto solo alla scarsa esperienza e, forse, alle cattive frequentazioni lasciandole capire che nulla era perduto e che tutto si poteva ricomporre purché la spatola finisse fritta, come è giusto che sia, da che mondo è mondo.

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